"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno
svegliare?"
Fabrizio DE ANDRE'





Bonelli Pablo

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STAGIONE DELL'IMPOSSIBILE

STAGIONE DELL'IMPOSSIBILE
NEWS é uscita finalmente la nostra prima raccolta di poesie!

martedì 8 novembre 2011

Tam Tam " A Rivista"


Editoria

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Poesie. “Libertà, uguaglianza, diversità”: è questo il motto di una piccola casa editrice, Cicorivolta, che dichiara di promuovere “l’ironia che incita alla riflessione; il dramma che trapassa la coscienza; onora l’eroe del mondo quotidiano che attraversa i giorni (...)”.
Di Pablo Bonelli e Serena Zanini ha pubblicato il (loro primo) libro di poesie Stagione dell'impossibile, pagg. 65, € 10,00. www.cicorivoltaedizioni.com.

mercoledì 2 marzo 2011

SKULLRING BROTHER


Dedica dello storico batterista di PATTI SMITH
"Jay Dee Daugherty "

Chiaccherando nel backstage nel dopo concerto, tenuto a Brescia il 4 AGOSTO 2010. Abbiamo notato entrabbi, la nostra singolare passione per gli anelli a forma di teschio.

lunedì 10 gennaio 2011

Leo Ferré La solitudine





La solitudine

io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un'altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti; Biologicamente me la cavo con l'idea che
mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango. Innanzi tutto
noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero
dei manufatti.
Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma...

la solitudine...

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori. I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto...

La solitudine...

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo "felicità", perché le parole che voi adoperate non sono più "parole", ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma...

la solitudine...

Del Codice Civile ne parleremo più tardi. Per ora, io vorrei
codificare l'incodificale. Io vorrei misurare il pozzo di
San Patrizio delle vostre democrazie.
Vorrei immergermi nel
vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità. La lucidità me la tengo
nelle mutande.

mercoledì 8 dicembre 2010

Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? (Guanda 2007)


Se non ti esplode dentro
a dispetto di tutto,
non farlo.
a meno che non ti venga dritto dal cuore e dalla mente e dalla bocca
e dalle viscere,
non farlo.
se devi startene seduto per ore
a fissare lo schermo del computer
o curvo sulla
macchina da scrivere
alla ricerca delle parole,
non farlo.
se lo fai solo per soldi o per
fama,
non farlo.
se lo fai perché vuoi
delle donne nel letto,
non farlo.
se devi startene lì a
scrivere e riscrivere,
non farlo.
se è già una fatica il solo pensiero di farlo,
non farlo.
se stai cercando di scrivere come qualcun altro,
lascia perdere.
se devi aspettare che ti esca come un
ruggito,
allora aspetta pazientemente.
se non ti esce mai come un ruggito,
fai qualcos'altro.
se prima devi leggerlo a tua moglie
o alla tua ragazza o al tuo ragazzo
o ai tuoi genitori o comunque a qualcuno,
non sei pronto.
non essere come tanti scrittori,
non essere come tutte quelle migliaia di
persone che si definiscono scrittori,
non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall'autocompiacimento.
le biblioteche del mondo hanno
sbadigliato
fino ad addormentarsi
per tipi come te.
non aggiungerti a loro.
non farlo.
a meno che non ti esca
dall'anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all'omicidio,
non farlo.
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà
finché tu morirai o morirà in te.
non c'è altro modo.
e non c'è mai stato.






Charles Bukowski, E così vorresti fare lo scrittore? (Guanda 2007)

lunedì 13 settembre 2010

CREATURA

Creatura color miele
Con ali d’arcangelo

Addormentati nei miei occhi
Urla nella cattedrale dei miei pensieri

L’amore è la ruota di se stessi

Affolla le mie labbra
Delle tue confessioni notturne

Ho intagliato nella mia cavità
Le tue lacrime sospese

Io sputo il mio corpo
Sui tuoi polsi
Navigando nelle fessure dei tuoi giorni
E sento il silenzio dello stupore

Sangue e vecchie energie
Scorrono dolci e incuranti
Alla vigilia del mio tempo

mercoledì 16 giugno 2010

ABOUT A Bluesman.




“I wanna know, have you ever seen the rain comin’ down on a sunny day?”
Credence Clearwater Revival
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Sono stanca di guardare fuori dalla mia finestra e vedere sempre le stesse cose.
Le mie preghiere sono intrappolate tra spigoli di cemento, e quella porzione di cielo con le solite costellazioni fluttuanti ha smesso di forgiare alfabeti per i miei significati. Un’allodola tra le maglie della sua sontuosa gabbia non può che cantare istericamente la sua libertà.
Eppure qualche tempo fa ho avuto la conferma che i mondi migliori si annidano, come minuscoli e prolifici agenti infestanti, proprio dove la realtà è più lucente, narcisistica e finta.
Voglio condividere con voi questo episodio, i cui protagonisti sembrano quasi tratti da un libro di Stendhal. E’ una di quelle cose che mi ostino a non dimenticare. Perché mi dà forza per continuare nelle mie scelte etiche e di vita, come Essere Umano, come Donna. Perché mi permette di canalizzare la mia ben radicata rabbia sociale nell’Arte, nel Rock, nella Vita.

E’ successo sul finire dello scorso inverno. Le giornate erano ancora glaciali, ma nell’aria si avvertivano i primi sbadigli di una stagione primaverile probabilmente ancora troppo addormentata per affacciarsi dagli alberi con il suo tipico verde squillante. Forse, a destarla dal suo lungo e meritato letargo, era stato proprio il ciarlare forte e indistinguibile delle comari, in quella mattina di mercato settimanale. Dal mio scalcinato balcone guardavo la scena almeno dalle sei del mattino: i commercianti avevano parcheggiato i loro negozi ambulanti con non poche bestemmie e non poche sigarette e avevano preparato il tutto nella veste migliore per l’arrivo della cittadinanza migliore… quella perbene, quella impeccabile, quella sempre attenta alle cose importanti, purché siano importanti per loro.
La mattinata era quasi passata invariata tra i banchi del mercato, con la solita sfilata di battute discutibili ma indiscutibilmente maschiliste e di bassa Lega, con i sorrisi di circostanza e con gli incontri e i saluti vissuti come fossero sofisticati cerimoniali giapponesi. Più in là, all’ombra della lunga via arginata dai banchi, tra il parco giochi più triste che abbia mai visto e i soliti negozi e bar per giovani alcolizzati rispettabili, alla cittadinanza migliore si mischiava anche quella di dubbia provenienza: zingari, ragazzi perditempo, mendicanti, qualche poliziotto, famiglie più numerose ma meno abbienti e lui, il Bluesman.
Mi piace chiamarlo così. Anche perché la sua presenza, le sue azioni e la sua dignità non possono rientrare in una sommaria e striminzita categoria. Il Bluesman è un uomo di colore dai vestiti vissuti e larghi, che sul viso ha scolpita tutta la sua vita; l’ho sempre visto con un vecchio giaccone con grandi tasche dove poter riparare le sue mani di artista dal freddo invernale. Mi sono sempre chiesta se lui fosse il fantasma del suonatore Jones cantato da De André e se sotto il suo giaccone, infilato in qualche tasca, magari tenesse gelosamente il suo flauto spezzato.
Il Bluesman, passeggiava lentamente su e giù dai negozi senza fretta e senza chiedere niente a nessuno. L’unica cosa che faceva era raccogliere i mozziconi di sigarette dai portacenere dei negozi e dei bar, tenendoli tutti custoditi nella mano. Quando non riusciva a tenerne altri, si appartava in un angolo e piano li fumava tutti, fino al filtro, come se stesse assaporando l’ambrosia degli dei. Intanto, tutto intorno, le persone spendevano, bevevano, mangiavano, fumavano e ridevano fino a scoppiare senza notarlo, o non volendolo notare, come fosse una macchia merda sui pantaloni di un vecchio.
Ormai era mezzogiorno, e la strada maestra si stava finalmente svuotando di tutto quel frastuono parlante. Ricordo che guardai sconsolata il mio pacchetto di sigarette, tragicamente evaporato nella notte insonne appena trascorsa: mi pentii del mio scrivere tante, troppe pagine; se avessi scritto sei o sette fogli in meno avrei sicuramente risparmiato una decina di sigarette, e avrei potuto portarle rapidamente al mio “amico” Bluesman. Avevo quasi finito di radunare tutti gli spiccioli che avevo disperso in casa per poter andare a comprare un altro pacchetto, quando vidi sbucare dal parco giochi più triste che abbia mai visto un ragazzo slavato ma con un impermeabile scuro e impeccabile ben chiuso. Si dirigeva a passo deciso verso il Bluesman, che intanto si era messo per l’ennesima volta in disparte per consumare in silenzio religioso il suo rituale dei mozziconi. Come me, anche lui, dopo poco, fu costretto ad accorgersi di quel ragazzo serio dalla barba arrabbiata, che marciava proprio nella sua direzione. Allora tornai al balcone per guardare meglio la scena, pronta a inveire contro questo strano tipo qualora avesse cominciato a dar fastidio al mio “amico” (purtroppo dalle mie parti non c’è da aspettarsi niente di buono quando si presentano situazioni di questo genere). Quando il ragazzo gli fu vicino e cominciò a parlare, vidi il Bluesman indietreggiare portando avanti i palmi delle mani, in segno di timore e sospetto. Pensai che tutto stesse precipitando, quando, a un tratto, accadde la magia dell’Imprevedibile.
Il mio cinismo radicale, il mio giudizio disperato e nero sulla società costruito su tutto il mio vissuto, fu smentito clamorosamente in quell’istante.
Barba Arrabbiata porse al Bluesman una sigaretta, finalmente intera e tutta per lui. Fumarono insieme, li vidi scambiarsi opinioni, forse sul blues o sulle sigarette, chi può dirlo!
Arrivati al filtro, si salutarono con una stretta di mano piena di rispetto e stima e andandosene, Barba Arrabbiata infilò qualcosa in una delle grandi tasche del giaccone del Bluesman. Se ne andò con la stessa espressione e lo stesso passo con cui era arrivato. Scomparì inghiottito dallo Zenit e non lo vidi più, né il giorno di mercato, né gli altri giorni.
Il Bluesman ricominciò a passeggiare con aria più serena, poi rimise le mani nelle grandi tasche del suo giaccone e si accorse che c’era qualcosa di strano, di sconosciuto. Estrasse il corpo estraneo con la mano e la risolutezza di un chirurgo: per la prima ed unica volta, vidi il mio “amico” Bluesman sorridere. Barba Arrabbiata, sapendo che non avrebbe mai accettato dei regali da lui, gli aveva lasciato quel che rimaneva del suo pacchetto di sigarette e qualche banconota di piccolo taglio senza che se ne accorgesse.
I commercianti cominciarono a smontare i loro baracconi e a salire sui furgoni; lenti come pie donne in una processione della Pentecoste, scomparvero in fondo alla via, lasciando una scia di rifiuti, truffe riuscite e furti sventati. Lo stesso Bluesman svanì, quasi fosse anche lui una comparsa nel grande baccanale del mercato settimanale. Con la differenza che la settimana seguente e quelle successive non tornò più. Proprio come Barba Arrabbiata.
Mi piace pensare che con i soldi di Barba Arrabbiata, il Bluesman sia riuscito a comperare un flauto intero da un rigattiere dimenticato da dio e che abbia ricominciato a suonare, ai bordi delle fortunate città in cui passava. Con la sua arte ritrovata, sarebbe riuscito a guadagnarsi un passaggio transoceanico per la sua città natale. Dove tutto era cominciato. Dove aveva imparato a trasformare la rabbia in potenza creatrice. Dove i suoi giovani occhi blues avevano imparato ad amare e odiare quella stessa magia dell’Imprevedibile del mondo che lo aveva spinto, chissà per quale motivo, nella mia anonima, grigia e asmatica regione.


Serena Zanini

lunedì 14 giugno 2010

Ci sono paesaggi

Ci sono paesaggi
nella loro meditazione.

Le nuove architetture
finiscono
dove sono serviti
nuovi amici
e giocattoli
a molla.

Gusci
di sillabe
si trasmettono
in vampate notturne.
Sgocciolano sulle stampe
dei prossimi volteggi.

Minacce di china.
L’anticamera
della riconciliazione
tra statue di regime e alchimie medievali.

Ci ritroveremo come angeli
alla stazione
a leccare il muso ai gatti.
La minaccia è di consumarci troppo in fretta.




(Estratto inedito della nostra raccolta di poesie "STAGIONE DELL'IMPOSSIBILE"
che presto sarà pubblicato con CICORIVOLTA edizioni)