
“I wanna know, have you ever seen the rain comin’ down on a sunny day?”
Credence Clearwater Revival
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Sono stanca di guardare fuori dalla mia finestra e vedere sempre le stesse cose.
Le mie preghiere sono intrappolate tra spigoli di cemento, e quella porzione di cielo con le solite costellazioni fluttuanti ha smesso di forgiare alfabeti per i miei significati. Un’allodola tra le maglie della sua sontuosa gabbia non può che cantare istericamente la sua libertà.
Eppure qualche tempo fa ho avuto la conferma che i mondi migliori si annidano, come minuscoli e prolifici agenti infestanti, proprio dove la realtà è più lucente, narcisistica e finta.
Voglio condividere con voi questo episodio, i cui protagonisti sembrano quasi tratti da un libro di Stendhal. E’ una di quelle cose che mi ostino a non dimenticare. Perché mi dà forza per continuare nelle mie scelte etiche e di vita, come Essere Umano, come Donna. Perché mi permette di canalizzare la mia ben radicata rabbia sociale nell’Arte, nel Rock, nella Vita.
E’ successo sul finire dello scorso inverno. Le giornate erano ancora glaciali, ma nell’aria si avvertivano i primi sbadigli di una stagione primaverile probabilmente ancora troppo addormentata per affacciarsi dagli alberi con il suo tipico verde squillante. Forse, a destarla dal suo lungo e meritato letargo, era stato proprio il ciarlare forte e indistinguibile delle comari, in quella mattina di mercato settimanale. Dal mio scalcinato balcone guardavo la scena almeno dalle sei del mattino: i commercianti avevano parcheggiato i loro negozi ambulanti con non poche bestemmie e non poche sigarette e avevano preparato il tutto nella veste migliore per l’arrivo della cittadinanza migliore… quella perbene, quella impeccabile, quella sempre attenta alle cose importanti, purché siano importanti per loro.
La mattinata era quasi passata invariata tra i banchi del mercato, con la solita sfilata di battute discutibili ma indiscutibilmente maschiliste e di bassa Lega, con i sorrisi di circostanza e con gli incontri e i saluti vissuti come fossero sofisticati cerimoniali giapponesi. Più in là, all’ombra della lunga via arginata dai banchi, tra il parco giochi più triste che abbia mai visto e i soliti negozi e bar per giovani alcolizzati rispettabili, alla cittadinanza migliore si mischiava anche quella di dubbia provenienza: zingari, ragazzi perditempo, mendicanti, qualche poliziotto, famiglie più numerose ma meno abbienti e lui, il Bluesman.
Mi piace chiamarlo così. Anche perché la sua presenza, le sue azioni e la sua dignità non possono rientrare in una sommaria e striminzita categoria. Il Bluesman è un uomo di colore dai vestiti vissuti e larghi, che sul viso ha scolpita tutta la sua vita; l’ho sempre visto con un vecchio giaccone con grandi tasche dove poter riparare le sue mani di artista dal freddo invernale. Mi sono sempre chiesta se lui fosse il fantasma del suonatore Jones cantato da De André e se sotto il suo giaccone, infilato in qualche tasca, magari tenesse gelosamente il suo flauto spezzato.
Il Bluesman, passeggiava lentamente su e giù dai negozi senza fretta e senza chiedere niente a nessuno. L’unica cosa che faceva era raccogliere i mozziconi di sigarette dai portacenere dei negozi e dei bar, tenendoli tutti custoditi nella mano. Quando non riusciva a tenerne altri, si appartava in un angolo e piano li fumava tutti, fino al filtro, come se stesse assaporando l’ambrosia degli dei. Intanto, tutto intorno, le persone spendevano, bevevano, mangiavano, fumavano e ridevano fino a scoppiare senza notarlo, o non volendolo notare, come fosse una macchia merda sui pantaloni di un vecchio.
Ormai era mezzogiorno, e la strada maestra si stava finalmente svuotando di tutto quel frastuono parlante. Ricordo che guardai sconsolata il mio pacchetto di sigarette, tragicamente evaporato nella notte insonne appena trascorsa: mi pentii del mio scrivere tante, troppe pagine; se avessi scritto sei o sette fogli in meno avrei sicuramente risparmiato una decina di sigarette, e avrei potuto portarle rapidamente al mio “amico” Bluesman. Avevo quasi finito di radunare tutti gli spiccioli che avevo disperso in casa per poter andare a comprare un altro pacchetto, quando vidi sbucare dal parco giochi più triste che abbia mai visto un ragazzo slavato ma con un impermeabile scuro e impeccabile ben chiuso. Si dirigeva a passo deciso verso il Bluesman, che intanto si era messo per l’ennesima volta in disparte per consumare in silenzio religioso il suo rituale dei mozziconi. Come me, anche lui, dopo poco, fu costretto ad accorgersi di quel ragazzo serio dalla barba arrabbiata, che marciava proprio nella sua direzione. Allora tornai al balcone per guardare meglio la scena, pronta a inveire contro questo strano tipo qualora avesse cominciato a dar fastidio al mio “amico” (purtroppo dalle mie parti non c’è da aspettarsi niente di buono quando si presentano situazioni di questo genere). Quando il ragazzo gli fu vicino e cominciò a parlare, vidi il Bluesman indietreggiare portando avanti i palmi delle mani, in segno di timore e sospetto. Pensai che tutto stesse precipitando, quando, a un tratto, accadde la magia dell’Imprevedibile.
Il mio cinismo radicale, il mio giudizio disperato e nero sulla società costruito su tutto il mio vissuto, fu smentito clamorosamente in quell’istante.
Barba Arrabbiata porse al Bluesman una sigaretta, finalmente intera e tutta per lui. Fumarono insieme, li vidi scambiarsi opinioni, forse sul blues o sulle sigarette, chi può dirlo!
Arrivati al filtro, si salutarono con una stretta di mano piena di rispetto e stima e andandosene, Barba Arrabbiata infilò qualcosa in una delle grandi tasche del giaccone del Bluesman. Se ne andò con la stessa espressione e lo stesso passo con cui era arrivato. Scomparì inghiottito dallo Zenit e non lo vidi più, né il giorno di mercato, né gli altri giorni.
Il Bluesman ricominciò a passeggiare con aria più serena, poi rimise le mani nelle grandi tasche del suo giaccone e si accorse che c’era qualcosa di strano, di sconosciuto. Estrasse il corpo estraneo con la mano e la risolutezza di un chirurgo: per la prima ed unica volta, vidi il mio “amico” Bluesman sorridere. Barba Arrabbiata, sapendo che non avrebbe mai accettato dei regali da lui, gli aveva lasciato quel che rimaneva del suo pacchetto di sigarette e qualche banconota di piccolo taglio senza che se ne accorgesse.
I commercianti cominciarono a smontare i loro baracconi e a salire sui furgoni; lenti come pie donne in una processione della Pentecoste, scomparvero in fondo alla via, lasciando una scia di rifiuti, truffe riuscite e furti sventati. Lo stesso Bluesman svanì, quasi fosse anche lui una comparsa nel grande baccanale del mercato settimanale. Con la differenza che la settimana seguente e quelle successive non tornò più. Proprio come Barba Arrabbiata.
Mi piace pensare che con i soldi di Barba Arrabbiata, il Bluesman sia riuscito a comperare un flauto intero da un rigattiere dimenticato da dio e che abbia ricominciato a suonare, ai bordi delle fortunate città in cui passava. Con la sua arte ritrovata, sarebbe riuscito a guadagnarsi un passaggio transoceanico per la sua città natale. Dove tutto era cominciato. Dove aveva imparato a trasformare la rabbia in potenza creatrice. Dove i suoi giovani occhi blues avevano imparato ad amare e odiare quella stessa magia dell’Imprevedibile del mondo che lo aveva spinto, chissà per quale motivo, nella mia anonima, grigia e asmatica regione.
Serena Zanini